Non occorre vedere i marines sbarcare sulle spiagge iraniane per capire che Washington rischia di essersi infilata in un conflitto molto più grande delle formule trionfali pronunciate alla Casa Bianca.
Il Pentagono sta trasferendo altri aerei da combattimento in Medio Oriente e prepara un possibile ampliamento delle operazioni contro l’Iran. Il dettaglio interessante, però, è che gli stessi funzionari e comandanti americani dubitano che gli Stati Uniti possano sostenere a lungo questa escalation.
Secondo il Washington Post, che il 20 luglio ha raccolto le testimonianze di fonti interne all’amministrazione statunitense, le scorte americane di sistemi per la difesa aerea e di munizioni a lungo raggio sono sempre più sotto pressione. Alcuni mezzi sarebbero stati danneggiati, mentre il dispiegamento di ulteriori uomini e velivoli starebbe diventando complicato.
Un funzionario statunitense ha descritto la situazione senza ricorrere al consueto vocabolario cinematografico del Pentagono:
«Non abbiamo le risorse per continuare questa operazione in sicurezza e non credo che la Casa Bianca se ne renda conto».
Una frase piuttosto impegnativa per la maggiore potenza militare del pianeta, quella che dovrebbe poter bombardare, intercettare, bloccare porti, proteggere quindici basi, controllare lo Stretto di Hormuz, difendere Israele, rassicurare le monarchie del Golfo e contemporaneamente conservare abbastanza missili per scoraggiare Russia e Cina.
Evidentemente anche l’eccezionalismo americano, prima o poi, deve fare i conti con il magazzino.
Gli attacchi statunitensi contro ponti, linee ferroviarie e infrastrutture nell’area di Bandar Abbas sono stati interpretati da Teheran come il passaggio a una nuova fase. Non più soltanto obiettivi militari, ma infrastrutture strategiche necessarie alla vita economica e civile del Paese.
L’Iran, di conseguenza, avrebbe ridotto le proprie cautele sulla possibilità di colpire direttamente le forze americane, anche a rischio di provocare vittime.
Gli effetti sono già visibili. Il Wall Street Journal ha riferito il 20 luglio che la Giordania è diventata uno dei nuovi epicentri del conflitto: gli attacchi iraniani contro la base di Muwaffaq Salti hanno ucciso due militari statunitensi, mentre un altro soldato americano è morto in Iraq durante la neutralizzazione di un drone iraniano. (The Wall Street Journal)
Ma il punto più imbarazzante riguarda la vulnerabilità dell’intero dispositivo militare americano nella regione.
Un’inchiesta del Washington Post, pubblicata il 7 maggio e basata sull’analisi di immagini satellitari, aveva già documentato almeno 228 strutture o mezzi danneggiati o distrutti in quindici installazioni militari statunitensi: hangar, dormitori, depositi di carburante, radar, sistemi di comunicazione, apparecchiature Patriot e infrastrutture operative.
Il giornale ha verificato 109 immagini satellitari diffuse da fonti iraniane confrontandole con i dati del sistema europeo Copernicus e, dove disponibili, con le immagini della società Planet. Il risultato dell’indagine mostrava danni molto più estesi di quanto ammesso pubblicamente da Washington. (The Washington Post)
Molti militari americani vivono ancora in container, prefabbricati o strutture di lamiera che possono forse riparare dal sole del deserto, ma certamente non dall’impatto di un missile balistico. Anche gli edifici rinforzati non sono progettati per resistere a un colpo diretto.
La sintesi fornita da uno dei militari è stata poco rassicurante:
«Siamo attaccati da ogni direzione».
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno condotto la nona notte consecutiva di bombardamenti, mentre l’Iran ha risposto contro obiettivi in Bahrain e Kuwait. L’Associated Press scrive che il traffico nello Stretto di Hormuz si è fortemente ridotto e che le due parti stanno avanzando, passo dopo passo, verso una guerra aperta. (AP News)
Naturalmente Washington continua a parlare di superiorità, deterrenza e operazioni chirurgiche.