COLPIRE LA RUSSIA PER FERMARE PUTIN. RISULTATO: MOSCA COLPISCE ODESSA
Secondo la nuova dottrina occidentale, autorizzare e incoraggiare gli attacchi ucraini sempre più in profondità nel territorio russo dovrebbe “indebolire Putin”, aumentare la pressione sul Cremlino e avvicinare la pace.
Una strategia talmente raffinata che, mentre Mark Rutte celebra le raffinerie russe in fiamme, da settimane Mosca sta aumentando la pressione su Odessa, uno degli obiettivi strategici più importanti dell’intero conflitto.
Anche stamattina vengono segnalati missili balistici e colonne di fumo. Nei giorni scorsi Odessa è già stata colpita ripetutamente, con morti, feriti, infrastrutture e attività portuali finite sotto attacco.
Perché Odessa non è una città qualsiasi. È il principale sbocco commerciale dell’Ucraina sul Mar Nero, il terminale delle esportazioni, il collegamento con i mercati mondiali e uno dei pilastri della sopravvivenza economica del Paese.
Se la Russia arrivasse a controllare tutta la fascia costiera meridionale, collegandosi alla Transnistria, l’Ucraina verrebbe sostanzialmente amputata dal Mar Nero e ridotta a dipendere dai piccoli e vulnerabili porti sul Danubio.
E qui sorge una domanda elementare, persino imbarazzante: siamo davvero sicuri che colpire sempre più in profondità la Russia costringerà Mosca a ritirarsi?
Oppure la convincerà ad allargare la propria “zona di sicurezza”, intensificare gli attacchi e puntare proprio a quegli obiettivi che Kiev non può permettersi di perdere?
Il problema dell’escalation è sempre lo stesso: nei comunicati stampa occidentali reagisce soltanto una parte. L’altra, inspiegabilmente, dovrebbe restare immobile, assorbire i colpi e chiedere educatamente un tavolo negoziale.
Ma la guerra reale non legge i comunicati della NATO.
E mentre Rutte racconta che gli attacchi in profondità metteranno Putin alle corde, su Odessa si alzano le colonne di fumo.