Scienza e coscienza Per Marx l’economia è la scienza che si occupa del modo in cui l’uomo produce e si riproduce. In questa sintesi del suo pensiero è però racchiusa la visione di un’attività sociale ampia, complessa, che parte dalle forme del lavoro, dalla sua produttività che permette l’estensione a una condizione avanzata di socialità . Vale a dire l’allontanamento – ma non la soppressione - dalla barriera biologica, attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, il riposo, lo svago, la previdenza, la mobilità , l’istruzione, la sanità , ecc., e la correlata configurazione dell’arte, della cultura, del diritto, della morale, dell’etica e delle forme di governo della società . La coscienza dell’essere sociale poggia su questa struttura, in un rapporto di interazione dialettico. Questa generalizzazione è comune a tutte le formazioni sociali, ma nel quadro della società divisa in classi in lotta, il lavoro assume determinazioni categoriali diverse. Il lavoro nel sistema capitalistico infatti pone aspetti specifici rispetto al lavoro schiavile. Nel socialismo avrà altre determinazioni e altre ancora nel comunismo. E’ solo il pensiero borghese che ha relegato l’ambito della scienza economica entro una sorta di formulario matematizzato. Del resto lo vediamo bene in questa fase digitalizzata e disumanizzata delle nostre vite che ogni tentativo di modellizzare l’economia fallisce sistematicamente. Certo, sarebbe il sogno delle classi dominanti pervenire a uno strumento di analisi, controllo e proiezione delle dinamiche socioeconomiche. Ma nessun computer quantistico in grado di elaborare miliardi di variabili in poco tempo può fornire previsioni attendibili. Oltre un determinato limite temporale prevalgono le leggi del caos. In ultima analisi la forza soverchiante che la stessa borghesia aveva denominato la “mano invisibile” (per Marx le forze anarchiche della produzione capitalistica), genera contraddizioni insolubili, esplosive, distruttive. Certo, il problema sussiste per ogni formazione sociale: l’andamento generale del sistema sembra procedere al di là della volontà dei singoli. Il socialismo comincia la sua opera di ristrutturazione e rivoluzionamento del sistema a partire dal controllo democratico, di classe, sulle forze della produzione. Con l’avvertenza che queste si pongono sì in una posizione fondante, ma non costituiscono il tutto della costruzione sociale. Una casa necessariamente poggia sulle fondamenta, ma il complesso dell’edificio comprende un universo di elementi, di cui fanno parte anche dettagli solo apparentemente marginali. Marx infatti inserisce nella sua analisi gli elementi necessari per condurla là dove deve indagare una scienza che guarda ai fenomeni con criterio olistico: filosofia, antropologia, sociologia, bio-fisiologia, psicologia e storia, naturalmente, come motore dinamico di ogni formazione sociale. Il pensiero borghese ha sviluppato queste specializzazioni, ma non è mai giunto alla indispensabile connessione con la struttura sociale, senza la quale ogni ambito della conoscenza è destinato a rimanere privo della sua funzione emancipatrice, di scadere a uno sterile esercizio accademico. Contro questa discrasia sistemica Geymonat ha condotto una lotta incessante. Come archetipo di questa collocazione sociale della scienza, utilizza le parole del grande matematico Oswald Veblen, secondo il quale “la geometria è ciò che è ritenuto tale da un numero abbastanza grande di persone competenti”. Geymonat è forse l’ultimo scienziato militante del secolo scorso e assume la lotta per la conoscenza come impegno epistemico e al contempo civile per emancipare l’uomo, ovvero l’essere sociale. Scrive infatti il professore che “la razionalità vive unicamente nell’uomo che lavora e lotta per potenziare le proprie idee e azioni: è una razionalità interamente umana, che si attua nella lotta e possiede una consistenza tanto maggiore quanto più viva è l’energia con cui questa lotta viene combattuta”. Dirimente, in questo quadro, l’accento sulla necessità della lotta. (1/2)